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Ilaria Feoli: Appunti di Primavera

Art is better than life

Recentemente ho visto e rivisto una bellissima intervista realizzata dal guru del digital Marco Montemagno ad un artista della scena rap e hip-hop italiana: Caparezza. L’artista pugliese usa questa frase potentissima nel suo pezzo “Eyes Wide Shut”, contenuto nell’album Exuvia. La domanda è abbastanza ovvia: perché dire che l’arte è meglio della vita? La risposta non lo è: l’arte ci permette di creare un mondo alternativo alla realtà in cui rivivere e vivere vecchie e nuove emozioni.

Questa frase racchiude bene il significato del progetto della fotografa avellinese Ilaria Feoli intitolato “Appunti di Primavera”. L’arte è in grado di restituirci, nelle sue varie forme ed espressioni, sensazioni provenienti dal passato e di cui ci nutriamo per tutta la vita, oltre ad emozioni che noi stessi creiamo e che forse non abbiamo mai provato.

Servono gli appunti, i ricordi, per cementare il ricordo del vivere o di quello che gli assomiglia.

“La stagione fiorita qui è insolita; narra qualcosa di nostalgico, che c’è stato, forse, oppure che non è mai avvenuto; come una fioritura appassita prima del suo sbocciare.”

La fotografia, in realtà, è il mezzo, sia iniziatico che conclusivo, per il quale si esprime un percorso che attraversa parole, disegni, immagini e oggetti che narrano la primavera. Primavera intesa come stagione di rinascita, ma di una vitalità rinnovata ferma nel passato. I fiori che vengono ritratti sono appassiti, e per questo memorie di un passato forse felice e necessariamente malinconico.

Ecco, la primavera che ci manca. Sicuramente è un’attitudine nata e accresciuta nell’ultimo periodo, quella di dover esplorare ciò che manca, ciò che è ricordo, ciò che ci ha reso felici in un passato nemmeno troppo lontano, sia nel tempo che nello spazio. E le parole rafforzano questo messaggio.

La forza rigenerativa delle piante e dei fiori è l’acqua, alimento fondamentale per l’esistere, per l’esserci.

“Ma l’acqua è poca”

L’acqua è poca…

E c’è sete, ma sete di cosa? Di vita ovviamente, di una concretezza persa nei palazzi mentali costruiti nella forzata immobilità di pensiero e di quotidianità. Si intravvedono, quasi nascosti nel bianco accecante o tra le sfumature di grigio, oggetti e persone che furono nel passato e che ora rappresentano un emblema della vita, che si spera di ritrovare, in un processo nel tempo, che ha bisogno esso stesso di tempo. Non è una condizione che si può rivivere nell’attimo. L’acqua è poca…necessita di essere cercata o immaginata.

Un fiore che diviene petaloso e che poi si spoglia di tutto quello che lo rende bello descritto in pochi tratti.

“Esili come steli spezzati che si aggrappano al ramo più grande, ma poi cadono un giorno o l’altro.”

E ci si aggrappa, quando tutto manca, alle proprie radici, agli steli dei fiori, che però sono vicini a spezzarsi. Forse anche il cadere è vivere, ma il limbo perenne di una vita che esiste solo come speranza di non morire è terribile; una tortura che dilania, che sfascia, che rompe, che non permette di smettere, di finire.

Una macchia di vino. La convivialità. La condivisione. Perché condividere l’intimo nell’espressione? Per (ri)vivere, finalmente. Per sopravvivere. Per sentirsi veramente fragili, per rialzarsi, quando forse verranno le piogge rivitalizzanti della primavera. Ma quella macchia rimane ancora un ricordo, sbiadita in un rosa appena scuro.

“Si ha bisogno sempre di qualcosa per rimanere ancora in vita.
Come quando l’acqua ai fior.”

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