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La “Suburbia” americana attraverso le fotografie di Cristina Rizzi Guelfi

Cristina Rizzi Guelfi è una fotografa autodidatta di origine svizzera. Avvicinatasi alla fotografia per caso, ha trovato un mezzo ideale per dar vita alle storie che voleva raccontare. I suoi lavori sono stati esposti a Roma, Milano, Torino, Parigi. I progetti di Cristina affrontano temi sociali o filosofici, ma anche dettagli e piccoli angoli di mondo non noti. Lo fanno attraverso la tecnica del tableau, la costruzione ad hoc di immagini pensate, in cui lei stessa posa. Gli scatti sono spesso accompagnati da brevi testi o citazioni che creano più che svelare enigmi nella mente di chi guarda. La fotografia della Rizzi Guelfi ha la capacità di porci davanti a problematiche sociali, e trasmetterci l’urgenza, ma anche la curiosità, di indagarle in prima persona, per trarre da noi le nostre conclusioni. Si tratta di una critica allegra, energica e non disfattista, che si rispecchia nell’uso di colori accesi e composizioni semplici, che ricordano le tipiche Billboard delle prime grandi case pubblicitarie americane.

Suburbia Life, che proponiamo, racconta della vita in periferia negli Stati Uniti. Ispirata dalla lettura del libro Levittown, la serie introduce a un’estetica della periferia che risulta, per uno spettatore europeo, assolutamente differente e quasi surreale. La differenza estetica percepita è rappresentazione di una differenza sostanziale. Levittown, sul cui modello è poi stata progettata la maggior parte delle periferie statunitensi, era inizialmente un insieme di sette grandi complessi residenziali progettati e costruiti dopo la seconda guerra mondiale da William Lewitt e dalla sua società Lewitt&Sons. L’idea era quella di dare la possibilità alla classe media americana di acquistare una casa a un prezzo accessibile: attorno gli 8000 dollari (l’equivalente del costo di un affitto in città). Insieme alla casa, tuttavia, veniva consegnato un contratto con regole precise da seguire per la costituzione della felicità promessa in questi piccoli mondi artificiali. Tra le altre quella che prevedeva l’ammissione soltanto dei bianchi, il divieto di recintare il giardino o quello di stendervi i panni la domenica.

Le fotografie che compongono la serie sono accompagnate da una frase di J.G. Ballard: “Prosperous suburbia was one of the end-states of history. Once acieved, only plague, flood, or nuclear war could threaten its grip” (“la fiorente suburbia era uno degli stadi finali della storia. Una volta raggiunto, solo la peste, un’alluvione o una guerra nucleare avrebbero potuto minacciarne la presa”). Che trasmette efficacemente il senso di un mondo a parte, chiuso in sé stesso e teso verso la (presunta) perfezione, costruito per le famiglie bianche di ceto medio nella forma di Levittown.

È interessante notare come l’invenzione del concetto di Suburbia abbia modificato il rapporto tra il centro della città e la sua periferia, e di conseguenza prodotto una serie di fenomeni sociali tutti americani. Nel suo libro Questa è L’America (2020), il giornalista e vicedirettore del Post Francesco Costa , che da anni si occupa di raccontare i fatti americani al pubblico italiano, analizza questo tratto peculiare della società statunitense:

Se noi europei siamo abituati a considerare il centro delle città come il luogo dove vivono le persone colte e benestanti, la classe media e la borghesia, mentre associamo le periferie ai luoghi più inospitali e degradati, negli Stati Uniti è quasi sempre vero il contrario: chi vive bene vive nei suburbs, mentre i posti più problematici sono i centri delle città, le inner cities.

Questa particolare costituzione urbana/suburbana delle città americane ha rilevanti conseguenze anche sulla sfera politica:

Dalla fine degli anni Sessanta fino agli anni Dieci inoltrati di questo millennio, il dominio politico dei Repubblicani si è basato su uno schema apparentemente inscalfibile: le città sono e sarebbero rimaste in mano ai Democratici, con la loro popolazione liberale e multietnica, ma le zone suburbane – i piccoli comuni e le zone residenziali popolate dai bianchi attorno alle grandi città, con le villette a schiera – sono e sarebbero rimaste in mano ai repubblicani, insieme naturalmente alle campagne e alle zone rurali, e sarebbe bastato. Il tasso di natalità, più alto fuori che dentro le città, avrebbe fatto il resto.

La situazione però si sta sensibilmente modificando, motivo per cui prestare attenzione alle dinamiche della Suburbia è particolarmente importante in vista delle elezioni presidenziali 2020. A partire dalle elezioni di metà mandato del 2018 infatti il voto della periferia si è spostato verso il partito Democratico, soprattutto il voto delle donne, e sembra che questo cambiamento di tendenza potrebbe essere decisivo alle Presidenziali di novembre. Con l’aumento della polarizzazione delle posizioni di Democratici e Repubblicani, anche i criteri di previsione del voto stanno cambiando, e ora il fattore più importante sembra essere il livello d’istruzione, e non più il quartiere dove si vive o si è cresciuti.

Le fotografie di Cristina Rizzi Guelfi, osservate in questo contesto, offrono una chiave di accesso non comune a una tematica così delicata. La serie è costituita da otto dittici, in ogni immagine appaiono quindi due fotografie accostate. Per ogni coppia di immagini in una appare la figura di una donna, che scompare invece nella seconda fotografia, che ritrae questa volta un elemento tipico della Suburbia.

La figura femminile è impersonata dalla fotografa stessa, la cui identità però è assente dal progetto. Camuffata con una parrucca bionda e diversi espedienti per nascondere i lineamenti del viso, la donna protagonista di Suburbia Life è una donna che non ha, a tutti gli effetti, identità. Eppure, è la donna della Suburbia per eccellenza: bionda, chiaramente caucasica, costretta in vestiti fascianti e tacchi alti, nemmeno un capello della bionda parrucca fuori posto, verrebbe quasi da dire WASP. Alla perfezione ricercata, e vagamente plastica, del mondo della Suburbia si contrappone, nei dittici di Cristina, un senso di inquietudine. È dato forse dalle pagine di giornale sparpagliate, o dalle pose e le composizioni spesso innaturali. La donna appare in fin dei conti sola, preda di un mondo poco realistico che si vuole perfetto fino all’ossessione.

Suburbia Life ricorda in qualche modo il lavoro This Side of Paradise di Miles Aldridge, un’esplorazione della Suburbia realizzata in collaborazione con Todd Hido: anche gli scatti di Aldridge catturano la follia generata dalla corsa cieca e intransigente alla perfezione, dipingendola però apertamente sui visi delle sue modelle. La privazione dell’identità negli scatti della Rizzi Guelfi lascia spazio all’immaginazione, aumentando in questo modo il senso di inquietudine. Lo spettatore si ritrova così in preda alla curiosità, spinto dal desiderio di guardare in faccia un mondo misterioso che non gli appartiene. Quale verità si celi dietro l’ideale bionda parrucca e i tacchi a spillo, lo scopriremo il tre di novembre.

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