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Luca Brunetti: Of Void and Lost Things

La serie fotografica Of Void and Lost Things di Luca Brunetti si destreggia tra i meandri di un dolore universale: il dolore della perdita. Focalizzandosi sulla scomparsa di suo padre, le immagini di Luca tentano di raffigurare un sentimento tanto lancinante quanto inevitabilmente legato alla vita. L’intervista discute di queste tematiche, toccando sull’utilizzo della fotografia come rifugio spirituale.

Luca, innanzitutto grazie per avere accettato questa intervista per Origine Magazine. Io mi chiamo Pietro, e sono sempre stato affascinato dalla relazione che vige tra fotografia e perdita. Entrambi i concetti sono infatti legati saldamente all’inevitabile scorrere dei secondi, dei minuti, della vita. E’ proprio grazie alla fotografia che, forse, riusciamo ad apprezzare meglio il presente. Prima di parlare del tuo progetto Of Void and Lost things, mi piacerebbe chiederti che ruolo assume l’idea di tempo nella tua fotografia – sentiti libero di parlarne in termini filosofici o collegandoti direttamente alla serie.

E’ un piacere mio partecipare con voi a questo stimolante confronto. Il tempo è un luogo che l’essere umano percepisce come scorrere, nei suoi anni ed ere, ma dal punto di vista prettamente interiore è un concetto del tutto soggettivo. I mesi di quarentena ad esempio sono sembrati un non tempo per molti: è un concetto talmente tanto labile che in realtà bisognerebbe fermarsi non tanto sulla sua quantizzazione ma sulla sua percezione specifica. Come viene assorbito il tempo nel presente? È un circuito di spazi emotivi e sensazioni che sviluppiamo costantemente.
Parlando di Of Void and Lost things c’è un non tempo dato da un limbo specifico sociale ed interiore, da una parte il non raggiungere un obbiettivo sociale – la “Pensione” – un diritto su cui il lavoratore basa la sua messa in opera fin dai primi passi. Gli Esodati sono rimasti in una gabbia temporale, troppo anziani per lavorare, troppo giovani per andare in pensione, non potendo conseguire il raggiungimento sociale di un diritto in teoria incorruttibile, dall’altra anni ed anni di sospensione emotiva, non appartenenti a nulla e nessuno, in una continua degradazione sociale ed emotiva. Un non tempo, perchè non associabile ad alcuna stretta definizione.
Il termine esodato è giunto dopo come prova di tangibilità. Pensate come possa essere degradante il tempo giorno dopo giorno, senza più certezze sociali e personali perchè la base su cui avete costruito i passi di una vita (certezza economica, stabilità nell’età più delicata, affetti etc etc) vengano dilaniati sia dalla mancanza economica che dalla disgregazione dell’io.

L’ occidente ha spesso una visione negativa della morte, tanto che spesso risulta difficile riuscire a parlarne efficacemente. Of Void and Lost Things sembra volerci reindirizzare su questo argomento, ponendo enfasi sull’universalità del dolore dovuto a una perdita. Nella descrizione del tuo progetto trovo illuminante la parte in cui affermi che davanti a questa sensazione dolorosa si annulla ogni differenza sociale, e non è importante come si arriva a quello stato di sospensione. Quali trovi siano le fotografie che più rappresentano questo concetto e per quale motivo?

Muore un contadino come muore un grande manager, ma i loro corpi stesi hanno lo stesso “colore”.
Ce ne sono due, che per diversi motivi richiamano apertamente la tua domanda, la prima è la foto dove ci sono madre e figlia una accanto all’altra “contornate da un’alone bianco”. Perchè? Perché ambedue, sia da esodata che da figlia di esodati, hanno provato un enorme dolore specifico.
Esodati che per motivi familiari, travalicando nel tempo importarti degradi sociali. Questo per dire che hanno sofferto differentemente per diverse situazioni. Quando ho parlato con loro, il mio dolore era oggettivamente uguale al loro, senza differenza di classe, senza differenza di umore, siamo uguali nell’essere scolpiti da una perdita. Ovviamente lo si vive differentemente ma questo non ci rende “diversi” dinanzi all’emotività percepita e proprio per questo chiamo in causa, la seconda foto, un mio autoritratto nudo, perchè molto banalmente ecco come è l’essere umano, semplice, cupo, disperso, nudo, quando il dolore ci affronta.

La maggior parte degli scatti presenta un’evidente assenza di figure umane riconoscibili. Al contrario, oggetti, strade, stanze, edifici sembrano ricoprire un ruolo fondamentale nella tua ricerca visiva. Che tipo di relazione sussiste tra questi elementi?

Nello specifico la relazione in essere tra i due elementi è la volontà di far emergere una società che isola l’uomo e l’Esodato a se stesso. La società è tangibile, l’uomo non più. Non volevo inneggiare ad elementi strettamente capitalistici ma al nucleo emotivo di casa, e della stratificazione del concetto di assenza in un luogo tecnicamente sicuro, cosa poi inesistente o quasi, nel dolore umano della perdita. La relazione tra una casa “nitida- vuota” ed “un uomo-non uomo” ci porta, spero, per assonanza al disturbo di tale spazio.

Ricollegandomi a quanto spieghi, il tuo progetto, benché sia una riflessione sul dolore a partire dalla scomparsa di tuo padre, mira a isolare il sentimento che ne deriva e a renderlo universalmente condivisibile e visivamente riconoscibile. L’effetto che ne deriva si esemplifica in una sorta di estetica dell’astratto tramite un mezzo legato alla realtà fenomenica e dunque alla concretezza. Come si relaziona Of Void and Lost Things con questo apparente paradosso? 

Ogni volta che un essere umano prova dolore, c’è un associazione diretta ad un’immagine ed un’immaginario specifico. La mia volontà non è mai stata di creare un campione di questo immaginario bensì di toccare delle emotività concrete che potessero appartenere sia a me che a loro. La foto di apertura della pianta “rossa”, simbolicamente richiama il loro status di perduti, in un limbo fluttuante, ed allo stesso tempo è una pianta che ho visto tante volte, amato, accarezzato, nel luogo dove mio padre è morto. Stesso discorso per la roulotte. Nella concretezza dell’immagine c’è una piccola metonimia “sulla perdita”. Ovviamente questa “scissione” linguistica prevede nel futuro un’ulteriore crescita per rendere tutto il lavoro più fluido e pungente.

Come ultima domanda ci piacerebbe conoscere la tua opinione circa la possibilità di utilizzare la fotografia come rifugio, come strumento in grado di elaborare e superare una perdita. A tuo parere, in che cosa funziona, in che cosa non funziona? 

Questa domanda richiederebbe una risposta molto più lunga, ma cercherò di essere esaustivo. Personalmente penso che la fotografia, per chi la fa, è un rifugio ed è in grado di elaborare elementi come perdita, lutto, dolore. Ci si pongono delle domande e nel provare a dare risposte si creano ulteriori domande che portano a scavare nell’animo, in modo viscerale, anche se l’argomento non è perfettamente tangibile ad un’esperienza personale. La proiezione che ci si pone quando si lavora su una tematica X ci porta ad un grado di “auscultazione” molto profonda. Nel caso del fotografo si diventa ricercatori di se stessi e della realtà. E’ il processo che forma l’animo più che la sua risultante.

Per quanto riguarda lo spettatore e il concetto di fotografia in se, la questione diventa complessa, perchè, se da una parte è un rifugio e può essere un modo molto efficace di elaborazione per chiunque, dall’altra penso che per rendere lo strumento più efficiente non basti un libro od una mostra, spesso troppo specifiche per gli addetti ai lavori, od i cultori. L’idea è di creare un’esperienza a 360° sfruttando, suoni, immagini, video, spazi sensoriali, in modo da rendere tridimensionale ed avvolgente l’esperienza e non rimanere nel limbo quasi sintetico- bidimensionale dell’immagine.
Sono un appassionato di video-games ed installazioni e penso che fondere il tutto, riprendendo l’idea di “Arte-Totale” di Wagner, rivisitata e ristrutturata alle declinazioni degli odierni Medium, possa essere una soluzione oltre che sperimentalmente interessante, di grande aiuto per la fruizione. La fotografia non deve essere uno spettacolo ma un atto con cui riflettere.

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