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Marinella Consigli: fotografa della spontaneità

La fotografia di Marinella si nutre di luci e ombre: “fotografo quello che mi tiene in vita, per ricordarlo e ciò che mi tormenta, per comprenderlo”

Marinella Consigli nasce a Firenze nel 1995 dove frequenta il liceo classico e si diploma alla Libera Accademia delle Belle Arti con una tesi sulla fotografia come mezzo per indagare le molteplici sfaccettature dell’interiorità, e la sua natura caleidoscopica. La fotografia di Marinella si nutre di luci e ombre. “Fotografo quello che mi tiene in vita, per ricordarlo e ciò che mi tormenta, per comprenderlo,” racconta l’artista a Origine. Nelle fotografie di Marinella si percepisce chiaramente uno sguardo personale, che si guarda attorno per poi posarsi su un dettaglio, con naturalezza e spontaneità, ma anche decisione e quella curiosità che spinge a interrogarsi sul mondo e frugare dentro la realtà che ci circonda. 

Abbiamo avuto il piacere di intervistare Marinella Consigli, che ci ha raccontato della sua pratica fotografica e del suo modo di comunicare. Ci siamo poi soffermati nello specifico su Mur Akush, serie nata durante un viaggio on the road in Marocco e poi trasformata in foto libro.

Ciao Marinella! Ci piacerebbe iniziare parlando di fotografia, sia in modo generale che facendo riferimento alla tua storia in particolare.

Come ti sei avvicinata alla alla fotografia? 

Questa domanda mi mette sempre in crisi, perché́ fondamentalmente il “come” non lo so neanche io. Semplicemente è successo. Un giorno ho trovato una macchinetta compatta in un cassetto e ho cominciato a fotografare gli stessi soggetti a diverse ore del giorno, studiavo la luce, osservavo come le ombre prendessero campo. Sono sempre stata affascinata dal contrasto tra luci e ombre, dai raggi di luce che filtrano dalle tende, dalle ombre che si allungano a seguire il sole. Finché non mi sono sdraiata su una chiazza di sole sul pavimento e ho cominciato a farmi autoritratti. I soggetti principali delle mie foto sono inanimati, oppure sono io. Grazie alla fotografia ho capito che avevo un’altra via per comunicare, più̀ facile, più̀ diretta. La fotografia è un’indagine continua. 

Che cosa significa per te fotografare? 

Fotografare per me è come parlare, anzi meglio, perché́ parlare non mi viene altrettanto spontaneamente. Attraverso le immagini riesco a raccontare tutto, senza dimenticarmi di nessun particolare, senza tralasciare nessun dettaglio, che invece con molta probabilità̀ – in mezzo ad una marea di parole – andrebbe perduto. Fotografare è comunicare liberamente, senza filtri, senza veli e senza vergogna: “Mi piace la fotografia perché́ è un modo grandioso di condividere qualcosa con le persone, senza bisogno di parole.”, afferma un grande fotografo come Todd Hido, e io la penso esattamente come lui. 

Che macchina fotografica o macchine fotografiche usi? Che valore ha per te il mezzo in relazione a quello che vuoi comunicare?

Ho cominciato a fotografare con una compatta, poi ho avuto una bridge, poi una reflex e adesso ho una mirrorless, anche se non ho mai smesso di utilizzare il mio iPhone e soprattutto non ho mai accantonato le mie vecchie macchine analogiche. Sono del parere che non sia la macchina fotografica a fare la foto. Quello che conta è la visione. È l’occhio. Il mezzo certo è importante, ma lo è relativamente al fine che abbiamo. Ogni immagine ha un’atmosfera, un’emozione che cela o che rivela. Ogni foto cambia se la macchina cambia, ed è in relazione a questo che decido quale fotocamera utilizzare. L’analogica dà all’immagine dei colori e dei sapori che difficilmente si possono replicare in digitale, e il fatto di non avere un’anteprima disponibile è impagabile.  

Che ruolo può avere la fotografia nella società contemporanea?

Quando esisteva solo l’analogico, era tutta un’altra storia. All’immagine veniva dato un altro tipo di importanza. Basti pensare a quanto costino i rullini; e 24 o 36 pose sono veramente poche se paragonate alla quantità̀ di immagini che possono essere scattate oggi ogni giorno, ogni ora, grazie ai telefonini. Ci troviamo in un periodo storico che strabocca di immagini, di ogni tipo, di ogni forma, di ogni dimensione. Le immagini sono ovunque, siamo sommersi e siamo abituati. Come sostiene Joan Fontcuberta nel suo libro “La furia delle immagini”: la fotografia è sempre stata legata alla riproduzione della realtà̀, e alla memoria; nella società̀ contemporanea, la furia delle immagini spezza questi vincoli. C’è il rischio di annegare in questo mare di immagini. Nonostante ciò,̀ la fotografia resta un vero e proprio nuovo modo di comunicare, non strutturato, non organizzato, libera da regole e canoni. Che parla attraverso l’immagine, continuamente, in ogni luogo. 

Quando ti trovi davanti a una scena, come decidi che cosa vuoi fotografare?

Che sia un paesaggio, un volto, un oggetto, decido di scattare non appena mi rendo conto che quel paesaggio, quel volto, e quell’oggetto, suscitano qualcosa in me. Fotografo solo ciò̀ che mi provoca un’emozione, un sussulto del cuore. La spontaneità̀ è una delle mie cifre stilistiche: vedo la foto, la scatto. Tutto quello che mi sta davanti si stacca per un attimo dalla realtà̀, per diventare immagine. Credo comunque che dietro a questa spontaneità̀ risieda un processo inconscio: non può̀ essere del tutto casuale ‘inciampare’ in qualcosa di familiare, o riconoscere un’immagine antica che riaffiora alla memoria: si tratta di rappresentare un mondo che è sconosciuto solo in apparenza.


Sembri molto attenta ai dettagli: che cosa raccontano per te i piccoli particolari che catturi? Utilizzi altri mezzi di espressione oltre la fotografia? 

Sono i primi che mi colpiscono, e mi attirano, i dettagli. Molto spesso noto cose che gli altri non vedono, o colgo subito particolari nascosti. I dettagli per me sono spesso la scintilla che dà il via all’idea della foto, sono di fondamentale importanza. Mi capita spesso di scrivere. Quando ho in mente una foto che voglio fare, prima di allestire il set, appunto accuratamente ogni dettaglio, provo a disegnarne uno schizzo. Spesso, è invece proprio dalle parole di qualche mio scritto che parto per comporre un’immagine. Altre volte riesco ad esternare ancora meglio ciò̀ che ho voluto rappresentare in foto, affiancandolo a delle poesie o a degli scritti. Ci sono alcune mie foto che senza lo scritto sarebbero potenti la metà. Scrivo quando ho bisogno di sfogarmi, e allora la penna scorre liscia sul foglio senza interruzioni; scrivo quando ho bisogno di chiarirmi le idee e fare ordine; scrivo per ricordare. Per me scrivere è come fotografare. 

Quali sono i tuoi fotografi di riferimento, se ne hai?
E in un senso più̀ ampio i tuoi riferimenti culturali? Per esempio in letteratura, arte o cinema 

Credo che ogni persona in cui ci si imbatte lasci in noi una traccia di sé, e questo a maggior ragione se si parla di arte. Il mio stile, la mia poetica, non sono altro che una mescolanza di idee, conoscenze, spunti, tratti comuni, riformulati attraverso le mie peculiarità̀, che durante tutti gli anni di studio di arte, a partire da quelli del liceo classico (Michelangiolo, Firenze), fino ad arrivare a quelli dell’accademia (L.A.B.A., Firenze) si sono, anche inconsciamente, depositati nel mio essere artistico. Fin da subito sono stata attratta dal Decadentismo e dai poeti maledetti, dalle Avanguardie artistiche dei primi del Novecento, da coloro i quali non si omologavano alla tecnica accademica, ma piuttosto ne creavano una ex-novo; e ancora dalla nascita della psicanalisi e dagli studi sulla mente di Freud. I sentimenti tormentati e i colori cupi del Romanticismo, il fascino delle rovine, il sublime della natura. 

Non ho fotografi preferiti, non ho artisti preferiti, alcuni di cui amo osservare i lavori sono sicuramente Francesca Woodman, Nan Goldin, Gina Pane, Diàna Markosian, Celeste Ortiz, Robert Mapplethorpe, Arno Minkkinen, Todd Hido. 

Che peso ha nella tua pratica fotografica la postproduzione? 

Non ho mai dato molto spazio alla post-produzione, cerco di riprodurre ciò̀ che vedo in maniera fedele, senza apportare cambiamenti radicali. Ovviamente non posso dire di non farne uso, ma mi limito a post-produrre il meno possibile: solitamente mi focalizzo sulle luci e sulle ombre, aprendole o chiudendole a seconda dell’atmosfera che voglio far trasparire dalla foto. Mi capita invece raramente di lavorare sui colori e sulle tonalità̀, dal momento che sono proprio certi toni ad attrarmi più di altri già al momento dello scatto. Prediligo tonalità tenui e complementari, a colori accesi e contrastanti. Molte tra le mie immagini sono costruite sulla base di un unico colore, declinato nelle sue varie tonalità̀ e sfumature. 

Parliamo ora di Mur Akush, progetto nato dal tuo viaggio in Marocco e poi trasformato in libro.

Dovendo inserire Mur Akush in un genere fotografico, quale sarebbe? Come integreresti le tue fotografie che raccontano il Marocco con una descrizione in parole? O come racconteresti a parole il tuo viaggio? 

Mur Akush è difficilmente collocabile in un genere definito come la fotografia documentaria o lo story telling. Mur Akush è una raccolta di immagini spontanee, sentite, volute. È forse fotografia di viaggio, accompagnata però da una estetica ricercata e da una particolare attenzione al colore. È una raccolta di sensazioni, rumori, odori. Mur Akush è un progetto nato spontaneamente dopo un viaggio on the road in Marocco, senza intenzioni né particolari messaggi. È un racconto semplice e genuino, che arrossa gli occhi con la polvere e secca la gola coi suoi odori acri.

È una macchina condivisa con persone sconosciute, con metà dei bagagli legati sul tetto con una corda sfilacciata, e l’altra metà stipata tra i sedili, senza aria condizionata e con 40 gradi. È un autobus preso all’alba. È una bicicletta abbandonata al sole.
Mur Akush è nato dalla stessa ingenuità dei bambini che corrono dietro ai gabbiani; Mur Akush è severo – ma pacato – come gli uomini che riposano al sole. Questo progetto è un simposio di colori spenti, ma vividi; è una geometria di mura scrostate e di giardini assolati; è una sinfonia di urla sguaiate e mosche e vento. È una donna carica di sacchi che torna dal mercato, è teste di pesce che marciscono al sole, è sorrisi sdentati e carretti stracolmi. Non è la descrizione di un popolo, non è il racconto di un territorio: Mur Akush è una sensazione, che ti avvolge, ma ti sovrasta. Mur Akush è la terra di Dio, ma Dio dov’è? 

Di seguito una selezione di immagini tratte da Mur Akush di Marinella Consigli:

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