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Fabio Bix: Omnia Alia Sunt

Nella seguente intervista con l’artista concettuale Fabio Bix abbiamo discusso di uno dei suoi lavori più intriganti: Omnia Alia Sunt.

Caro Fabio, grazie per aver accettato di parlare delle tue opere con Origine. Il progetto di cui tratteremo è alquanto atipico, in quanto risulta essere un ibrido tra fotografia e scultura. Prima di addentrarci in un’analisi più approfondita, ci piacerebbe che ci parlassi del processo che ti ha portato all’ideazione di quest’opera unica nel suo genere. Mi dicevi che tutto è partito da una sinapsi improvvisa che ha collegato un’immagine ad un’altra… Se ti va, parlarci anche dei momenti più importanti che sono emersi durante l’elaborazione del progetto.

Nel 2012 inciampai lo sguardo in una foglia, rossa, che giaceva su un marciapiede cittadino. Aveva la forma di una bocca. Da lì iniziò il progetto VOLOARASO – il mondo nei marciapiedi della città. Ossia per più di un anno, anziché cercare figure nelle nuvole, mi inchinai a baciare i marciapiedi con lo smartphone. Negli scarti d’ogni tipo scoprii una cosmogonia di elementi figurativi sorprendenti. Fra questi, molti erano molti fazzoletti di carta in cui ho scorto dame, angeli, figure abbracciate, pellegrini in adorazione, ma, su tutte, quella che intitolai Pietas. Era un malloppo di carta che la pioggia modellò – o potrei dire scolpì – fino a farla sembrare una statua marmorea che ricorda la Pietà. A distanza di 5 anni – in cui mi ero dedicato ad altro, tipo a scolpire il vento con le carte da poker – mi venne in mente quello scatto. Quella scultura. Pietas. Mi dissi: e se provassi a farle io?! Iniziai degli esperimenti rudimentali con lo scottex. Ma soprattutto cambiai la prospettiva: anziché avere, come tela dei “soggetti”, i marciapiedi fuori casa, alzai lo sguardo e scelsi – inconsapevolmente – di usare il mondo intero!

Dal progetto VOLOARASO, Fabio Bix
Dal progetto Omnia Alia Sunt, Fabio Bix

Fra i momenti più importanti metterei la scelta di andare a NY portando un videomaker che documentasse il lavoro. Fu un notevole salto di prospettiva e obiettivi. Poi vennero Roma e Parigi, città iconiche, strettamente collegate all’arte, nelle cui foto primeggia la dimensione estetica, ma Omnia Alia Sunt è un progetto concettuale, ancor prima che fotografico… Lo schianto contro i muri – quello del pianto e quello di separazione fra Israele e Cisgiordania – di Gerusalemme e Betlemme ha reso ineludibile la valenza dei contenuti. 

Trovo che l’introduzione volontaria di un elemento nella composizione, nel tuo caso una statuetta di carta, sia un processo diverso dal comporre una fotografia basata su elementi che sono già presenti nella realtà osservabile. Quali sono i tuoi pensieri a riguardo? In che modo trovi che il tuo lavoro si possa relazionare con quello di fotografi come Jeff Wall, un artista che ha un rapporto pseudo-patologico con la composizione di una scena?

Niente di più distante dal mio lavoro. Io non so mai quel che farò. Quel che ne verrà. Il mio è un lavoro pressoché estemporaneo. Se vado a NY so che proverò a interagire col ponte di Brooklyn, a Parigi con la Torre Eiffel, a Roma col Colosseo. Questo è quasi tutto quel che so prima di partire coi miei strumenti tascabili: fazzoletti di carta nella tasca sinistra e lo smartphone nella destra. Più un piedistallino di legno dipinto in finto marmo e un pezzo di fil di ferro nello zainetto. Fine.

Dal progetto Omnia Alia Sunt, Fabio Bix

La coerenza riscontrabile nelle varie fotografie è accompagnata da un elemento di imprevedibilità. Infatti, ogni volta che crei una statua entrano in gioco forze invisibili che le donano una particolare forma. Che ruolo attribuisci a questa parte del processo creativo?

É proprio ciò a cui mi riferivo. Il mio è una sorta di processo alchemico di cui io conosco solo alcuni elementi, il resto lo mette il Caso. Io, il caso, cerco di veicolarlo. E questo è l’aspetto terribile e meraviglioso del mio progetto. Le statue le abbozzo lì, al momento, e poi ruoto e danzo attorno a quella sagoma cartacea con lo smartphone, o ruoto la sagoma. Cerco in quel che intravvedo. In quel che parrebbe. Faccio molti scatti, spostandomi di pochissimo (essendo così vicino alla statua anche un piccolo spostamento fa cambiare di molto) e a volte guardo la foto dallo smartphone e sembra che sì, c’è! Poi la guardo al computer e vedo che no, cazzo, non c’era… Ma poi proseguo nella cernita e fra i mille scatti, dal setaccio, dai contrasti che effettuo con Photoshop, ecco che la vedo apparire, madonna che bella, sììììì!!! E mi si allarga il sorriso davanti a quella statua meravigliosa che io non avrei mai saputo fare, seppur l’ho fatta io…

É questo che è terribile e meraviglioso: non posso determinare a priori né la composizione generale né, soprattutto, la statua che verrà, quindi rischio di andare dall’altra parte del mondo e di tornare senza uno scatto buono. Questo può capitare anche al fotografo di reportage, certo. Ma io devo far apparire ogni volta la madonna, mica solo incontrare dei pellegrini interessanti. 

Sarebbe tutto più semplice se le statue le preparassi prima. Una volta l’ho fatto. Fazzoletti e vinavil. A quel punto sarei sicuro che almeno la statua esce. Ma vuoi mettere l’eccitazione del giocare a fare i miracoli, quando poi qualcuno ti riesce…

Non vorrei sembrare un megalomane. Si tratta di miracoli piccoli e personalissimi. Non salvo certo il mondo. Mi limito a contraffarlo, che è un modo per svelarlo. 

Dal progetto Omnia Alia Sunt, Fabio Bix

Una branca dell’arte concettuale basa la propria ricerca sulla distinzione tra realtà e finzione. A tal proposito, la fotografia ha fatto emergere un dibattito ormai ben consolidato. Le sue proprietà intrinseche le consentono una riproduzione accurata della realtà, ma ciò non significa necessariamente che quando guardiamo una fotografia ci troviamo di fronte a una rappresentazione fedele del mondo. Anche se con il passare del tempo questo dibattito ha assunto una rilevanza ancora più evidente (basti pensare all’avvento dei social media e dei programmi di manipolazione digitale), ha senso notare come la fotografia sia da sempre stata oggetto di questo dibattito, sin da quando, a pochi anni di distanza dalla sua scoperta, William H. Mumler introdusse una tecnica apparentemente in grado di ritrarre fantasmi. Ecco, sembra che Omnia Alia Sunt rientri all’interno di questa ricerca. D’altronde, il titolo, che traduci come Ogni cosa è qualcos’altro, fa riflettere proprio sulla suddetta distinzione. Mi viene spontaneo chiederti se, a tuo parere, esista una realtà oggettiva e perciò riproducibile, o se quest’ultima altro non è che il prodotto di un processo di elaborazione soggettiva. In che modo la tua serie di fotografie esplora questo concetto?

Esiste il Reale. Poi c’è l’interpretazione ne diamo, ossia la così detta Realtà. O, per meglio dire, la percezione della Realtà, che in quanto tale è personale. Può essere più o meno simile, ma ha sempre il suo grado di soggettività. 

Se io e mio fratello dovessimo guardare una foto di noi due da ragazzini sulla neve in montagna (mi riferisco a una foto vera che mi viene in mente ora), avremmo ricordi e sensazioni diversissime. E se dovessimo parlarne, ne verrebbero narrazioni personalissime. Differenti. Persino antitetiche. Chi avrebbe ragione? Chi racconterebbe il vero?!… 

Persino nei processi giudiziari, il testimone oculare si è capito essere la prova più inaffidabile a cui riferirsi. Ecco. Qui c’è il fulcro della mia ricerca. L’inserimento di una piccola sagoma di carta che, nello scatto, pare una statua monumentale e marmorea, serve a dimostrare una cosa: che la TUA realtà non esiste. E come te lo (di)mostro? Tramite la verità della finzione!

Attenzione. Non è una verità assoluta. É una possibilità di sguardo; un angolo del vero, di cui è bene essere consapevoli.

A proposito di verità…

Io non sono uno scultore.

E non sono un fotografo.

Ma diventerò il più grande scultore del mondo usando la fotografia.

E questo è vero com’è vero d’Io!

Dal progetto Omnia Alia Sunt, Fabio Bix

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