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Imma di Lillo: Lasciati andare


Lasciati Andare
È tempo di lasciarti andare.
Accarezzare.
Amare.
Alla luna e al tempo.
Lasciarti scorrere, come un fiume.

Lasciati andare. Lasciati vivere.
Lasciati andare
è con queste brevi e taglienti parole che Imma di Lillo presenta e racconta il suo ultimo progetto fotografico. Parole che sembrano fare eco nel principio, in quello spazio vuoto e vertiginoso che ci sorprende nei suoi scatti. Parole affini al buio, parole che desiderano solo di essere sussurrate all’eterea materia dell’interiorità, per passarvi come una brezza primaverile.

E’ tempo di lasciarti andare
dice Imma Di Lillo in quello che sembra presentarsi anche come un vero e proprio richiamo all’intera umanità. Le sue parole dimostrano infatti uno stampo filantropico quanto moderno. L’introduzione della dimensione temporale in un contesto esteticamente tanto minimo, essenziale, che pretende di raccontare quell’interiorità ermetica, contestualizza, in un certo qual modo, l’intera opera in un tempo dove appunto il tempo, nella sua deficienza, nel suo utilizzo, nel suo ritmo, è questione centrale di molti. Di Lillo, pertanto, non propone un consiglio bensì un invito diretto all’agire, a muoversi ora, o meglio a lasciarsi andare.
Questi caratteri generali che possiamo percepire non coprono però minimamente la dimensione esistenziale che raccolgono. Di Lillo si interfaccia, tanto negli scatti quanto nelle parole, col singolo, in una intimità unica, contenuta in quel primordiale ed essenziale nudo che ci presenta.

Ma cosa significa lasciarsi andare?
Accarezzare.
Amare.

Di Lillo ce lo dice con queste poche parole. Descrive, velatamente, una condizione in cui ci si nega con un lavoro attivo l’amore. Sembra quasi che la sintaxia del vivere, sia per i costumi, i costrutti sociali, sia per tutte quelle maschere pirandelliane che ogni giorno vestiamo quanto la disuguaglianza economica e di genere, l’incuria, l’indifferenza dell’essere umano, e quindi anche per aspetti prettamente sociali su cui Di Lillo spesso lavora e riflette, comportino una coercitiva privazione dell’essenza più prima dell’uomo. Manca l’amore, un amore che sembra giungere da fuori di quel buio di queste fotografie, con una promessa carezza, un amore che però vuole partorire anche al suo interno, per rivolgersi su quei protagonisti rappresentati nei suoi scatti, come luce indefinita. L’unico possibile e spontaneo processo entropico che viene quindi ammesso è quello che conduce ad un amore inteso come stato naturale dell’individuo. Processo frenato dalla sintropia descritta che, per essere superata, basta appunto che ci si lasci andare.


Alla luna e al tempo.
La cripticità della dimensione interna alla quale Di Lillo parla viene marcata col simbolo della luna, unica compagna ammessa nelle notti turbate. Luna che si mostra, nella sua luce, sui corpi fotografati, nelle loro linee, come nel primo scatto, le quali disegnano un sottile arco pari a quello di una nuova e fragile Luna. Di Lillo si riconduce nuovamente al tempo come se anche questo, invece di rimanere condizione coercitiva, possa esser fatto proprio, raccolto in dimensione interna. Amarsi nel buio e nel tempo.


Lasciarti scorrere, come un fiume.
La trasformazione proposta non vuole concludersi in una nuova condizione stazionaria bensì aprire ad un fluire, ad un divenire, permettendo alla dimensione interiore dell’umano ogni sua metamorfosi spontanea evadendone la cristallizzazione. Flussi che risuonano nelle linee dei successivi scatti.

Lasciati andare. Lasciati vivere.
Così conclude Di Lillo, in una ciclicità che adesso suona come atavica. Lasciarci andare come modo per lasciarci vivere tanto dagli altri quanto da noi stessi. Lasciarci vivere dopo essersi lasciati andare. E’ un dinamica mossa da un sincero desiderio, inteso nella sua accezione etimologicamente più primitiva; una mancanza delle stelle che porta ad un movimento ascendente – come quello che si attua per osservare la Luna – e metamorfico che, negli scatti di Da Lillo, si traduce in un’inversione delle forme, con un corpo che adesso, sempre esile, si apre completamente a quel buio, che è tutto, come alla luce al suo interno.

Gli stessi sentimenti sembrano muovere la fotografa in Sulle pendici del Vesuvio mi sono seduta e ho pianto. Sentimenti prima e oltre il pensiero. Le immagini sono controllate: la composizione, le luci, un modo consapevole di disporre della materia. Eppure attraverso il controllo, questo il grazioso paradosso, Di Lillo ci porta in una dimensione che si trova al di là del razionale.

“Sulle pendici del Vesuvio mi sono seduta e ho pianto perché volevo capire quanto dolore si provasse ad essere natura calpestata, spogliata, perché ho bisogno di ascoltare il respiro del mio corpo nudo che incontra la terra. Il dolore fisico ha aperto il canale della mia lacerazione, erosa dagli anni in cui mi ritrovo a dover essere al mondo. Mi sono seduta sulle pendici del Vesuvio, su ciò che per me è casa, mi sono spogliata dall’abusivismo edilizio, dall’indifferenza dell’essere umano, dallo stato e dall’anti stato, dai costrutti sociali, dai rifiuti tossici, dai consumismi, dalle estinzioni, dagli sprechi, dallo schiavismo delle multinazionali, dalla disuguaglianza economica e di genere, dall’incuria, mia e degli altri; ho sentito il peso dei mali di cui sono a conoscenza schiacciarmi sulle pietre laviche. Ho pianto. E poi sono tornata al quotidiano, con la costrizione degli strumenti sterili, che fecondano la nostra pigrizia, l’inerzia di quel quotidiano mi è scivolata piano nell’anima. Ho chiuso gli occhi, mi sono aggrappata al pensiero intelligibile di me, seduta sulle pendici del Vesuvio, e ho pianto.”

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