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Andrea Lo Maglio: Appuntamento al GARAGE

“Milano è disseminata di questi spazi, in passato sono stati una necessità, tanto quanto lo sono oggi, e questo li ha resi luoghi degni di indagine. Partiti da un’idea utilitaristica, dalla risoluzione di un problema, oggi si possono rivelare dei veri e propri luoghi di memoria”. Uno spazio a modello di necessità, una dimensione creata sul bisogno: il modo in cui viviamo, le esigenze che sentiamo e che progressivamente si trasformano sono in grado di modificare profondamente l’impostazione urbanistica dei luoghi che abitiamo. Esemplificazione pressoché perfetta di questo paradigma sono, secondo il fotografo Andrea Lo Maglio, i Garage.

“Le prime autorimesse sono comparse a Milano intorno ai primi anni ’40, cercando la trasformazione da grandi spazi periferici, planari e orizzontali, a luoghi più vicini al centro, verticali, multipiano”. Le necessità si evolvono e lo spazio cambia di conseguenza. Dei primi anni ’40, i garage, a Milano come altrove, hanno mantenuto l’estetica. Sempre necessari, non hanno dovuto cambiare forma per adattarsi a una domanda rimasta immutata: quella dettata dal bisogno di trovare parcheggio. Di qui i neon sgangherati e le sghembe insegne che popolano ogni quartiere. Il garage, tutto sommato, è democratico. Brutto. Funzionale.

Viene in mente Woody Allen: basta che funzioni. Una rampa e un poco di cemento per parcheggiare le quattro ruote – quattro per mille. “In questi ottant’anni di storia la loro costruzione si è intrecciata con studi di architettura di grande fama ed imprese familiari che hanno dedicato il loro lavoro alla loro direzione”. Un tour dei garage delle grandi città per indagarne l’identità profonda, registrarne i segni del tempo, degli anni, le cicatrici. I neon stregano e poi catturano lo sguardo di Lo Maglio. Ma il fotografo reagisce e la camera li cattura a sua volta: riflesso nella luce. Imprigionati nell’ottica, trasmutati in pixel, i neon raccontano la faccia nascosta e visibilissima di Milano: quella così banale che generalmente si finisce sempre per ignorare. Che entra nell’indifferente comune.

I garage – simbolo di quanto in una città è dato per scontato – nelle fotografie di Lo Maglio si appropriano, come in auto-nomia, di una nuova identità. La ripetitività, l’estrazione di un unico elemento ha qualcosa delle Swimming Pools di Ed Ruscha. Estrapolati dal contesto urbano-reale e resi fotografia-immaginario i garage si fanno mezzo, veicolo per un viaggio nel tempo: “Marty McFly saliva a bordo di una Delorean per attraversare gli anni, allo stesso modo quei neon, quelle scritte, trasformano in Delorean tutte le auto che vi passano sotto, bagnandosi del colore da loro emesso”. È come una magia. Dall’altro lato della strada sta il fotografo. Un clandestino, condannato a vedere dove lo sguardo degli altri si posa cieco, fugace. Solo un abile fotografo oltre a vedere è capace di mostrare: Lo Maglio ci mostra un mondo laddove abbiamo sempre saputo che c’era qualcosa, dove le nostre frettolose occhiate non si sono mai prese il tempo di allungarsi.

Il titolo dato al progetto, Garage, ne rispecchia la disarmante evidenza. Il fotografo indica, dice: “questo è”. Così garage è garage, ma Garage è anche l’anatomia, l’autopsia, la vivisezione di garage. “Milano è disseminata di luoghi di storia più o meno enciclopedica, lo sappiamo, ma i Garage escono dalla narrativa classica”. Una sottile linea separa storia e narrativa: il garage narra storie grette, indegne, meschine. Nel neon sta la narrazione di una sub-cultura ignorata, e che pure serpeggia, si insinua, si muove indisturbata nelle vene della città.

Le fotografie di Lo Maglio disturbano, svegliano il garage che dorme. Il tempo si mangia la vita, questa l’antica legge, ma “per nostra fortuna non tutto è memoria, qualcosa ancora resiste: ci sono ancora colori che prendono vita ogni sera o insegne che, ormai troppo stanche, chiedono aiuto ad un faretto per splendere un poco di più”. La speranza è ancora là, in quelle insegne a un tempo utili e desuete, anche quando progresso e futuro si mischiano, incombono, ci sovrastano. Basta sostare davanti a un garage e guardare: “possiamo ancora sederci su una Delorean, possiamo ancora raggiungere la Milano poliziottesca o tutta da bere, possiamo ancora trovarci al GARAGE”.

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