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Matteo Capone: SIN

Nell’apparente tranquillità dei paesaggi immortalati da Matteo Capone, l’atmosfera vibra. Sono poche le persone che si intravedono. Alcune passeggiano, altre pescano, circondate da paesaggi che di naturale trattengono ben poco. L’erba su cui poggiano i piedi, l’aria che respirano, i pesci di cui si potrebbero nutrire sono tutti contaminati.

SIN, il titolo del progetto, è l’acronimo di Siti di Interesse Nazionale, l’accezione con cui il decreto Ronchi del 1997 designava determinate aree del suolo italiano come altamente inquinate. Benchè siano stati presi provvedimenti, le aree potenzialmente inquinate a causa del processo di smaltimento dei rifiuti urbani sono ancora più di 12000. Capone ha deciso di focalizzare l’attenzione su tre di questi siti: Bussi sul Tirino-Piano d’Orta (Abruzzo), Terni-Papigno (Umbria) e Orbetello (Toscana). Il progetto, ricco di fotografie in cui il vero soggetto non è tanto il visibile quanto l’invisibile, agisce come un avvertimento, un monito che dovrebbe renderci consapevoli di ciò che stiamo lentamente distruggendo.

Abbiamo avuto al possibilità di fare alcune domande all’autore, focalizzandoci sulle sue ispirazioni e su che cosa significa fotografare un paesaggio al giorno d’oggi.


Cosa ti ha spinto a intraprendere questo progetto fotografico?

Ho iniziato questo progetto perché tratta tematiche alle quali sono fortemente interessato. In quanto fotografo ho la voglia, il diritto ed il dovere di partecipare attivamente in favore dell’ambiente. La spinta quindi arriva da un forte senso civile che sento dentro. 


Alcuni fotografi, come Burtynsky o Salgado, sono criticati per affrontare tematiche legate alla salvaguardia del pianeta affidando alle fotografie un’estetica che rischia di distrarre lo spettatore dal messaggio che vuol essere trasmesso. Che cosa pensi di questa tipologie di fotografie? In che relazione le vedi con le tue?

Autori come Burtynsky e Salgado sono prima di tutto uomini e testimoni di atroci verità. Senza i loro lavori oggi non conosceremmo storie così gravi e delicate. L’estetica emerge in qualsiasi contesto fotografico; c’è chi la evidenzia e chi la rende meno evidente. Credo sia una personale forma di espressione e ognuno ha il diritto di affrontarla nella propria maniera. La relazione che emerge riguarda sicuramente la testimonianza. Noi fotografi siamo testimoni e divulgatori di storie. Da un punto di vista estetico, le mie immagini sono meno “rielaborate”; come dicevo prima, ognuno ha il suo modo. In generale penso che la post produzione sia un mondo straordinario che però va usato responsabilmente. 


Continuando su questa linea, in che modo pensi che la fotografia di paesaggio possa indurre lo spettatore a prendere un’azione, più o meno concreta?

Tramite la fotografia è possibile esprimere sensazioni, concetti, pareri. Come un politico attraverso le parole e le proposte induce i cittadini a farsi votare per migliorare un paese, il fotografo attraverso le immagini induce gli spettatori a essere delle persone migliori. La fotografia di paesaggio ha la possibilità di documentare delle situazioni che, una volta conosciute, non dovrebbero riaccadere. Questo è l’obiettivo, ovviamente non significa che se tutti i fotografi realizzano lavori a favore dell’ambiente, lo spettatore “x” diventa un cittadino modello. A quel punto emerge anche la coscienza delle persone.


Che cosa pensi quando scatti una fotografia?

Dipende ovviamente da cosa sto scattando. La risposta può variare in base a se sto in una sala di posa, in un campo da calcio, in un deserto o a Tokyo. A volte mentre scatto mi pongo delle domande oppure vengo folgorato dal momento e sento puro piacere di aver immortalato un attimo. In generale però cerco sempre di essere spensierato e divertirmi il più possibile.


La nostra è un’epoca in cui la tecnologia impone cambiamenti radicali. Tra di essi, la fotografia stessa ha visto un miglioramento esponenziale, in particolare per quanto riguarda la sua capacità di riprodurre con esattezza e precisione dettagli che, inizialmente, non potevano essere osservati. La realtà virtuale, basata su una fotografia a 360 gradi, permette di muoversi in ambienti che richiamano la realtà, ma che non possono sostituirla. Quali sono i tuoi pensieri a riguardo e in che modo pensi potrebbe essere sfruttata per espandere una consapevolezza sulle problematiche attuali?

Quando ho letto “360 gradi” ho pensato subito a google street view. Penso sia eccezionale avere la possibilità di “essere” ovunque in qualsiasi momento. Basta pensare a tutte quelle persone che non hanno la possibilità fisica o mentale di intraprendere dei viaggi, in questo modo riescono in minima parte a vedere cose che non avrebbero mai visto. Ovviamente questa possibilità è una soluzione in più, perché viaggiare fisicamente sarà sempre diverso e posso dire con certezza che preferirò sempre camminare, prendere treni, aerei, navi e conoscere dal vivo nuove realtà piuttosto che addentrarsi nel mondo virtuale.


Qual è la fotografia che preferisci di SIN e per quale motivo?

Il fiume Nera a Papigno, in provincia di Terni (Umbria). L’albero caduto, il fiume che scorre, l’oggetto bianco che sta per cadere in acqua (ancora oggi non riesco a capire cosa sia, una piuma forse?), i rami intersecati. Tutti questi elementi vanno a creare quasi un quadro fiabesco che racconta ma non troppo. Ancora oggi a distanza di un anno, provo quella sensazione visiva piacevole. Non amo essere didascalico e questa immagine credo sia ciò che intendo io per interessante: enigmaticità, atmosfera, riflessione.

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