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Mario Diaz: Tokens

Diaz ci catapulta nel mondo del virtual sex, dove l’attenzione ruota attorno a tematiche legate all’identità e alla distinzione tra pubblico e privato

Ciao Mario, grazie per avere accettato questa intervista sulla tua serie TOKENS. E’ un progetto intenso, estremamente intimo, che si inserisce nel dibattito che vede privato e pubblico come due spazi distinti e separati. In particolare, quando si tratta di sesso ed erotismo, si presenta la necessità di stabilire una soglia che, una volta oltrepassata, rischia di portare a conseguenze imprevedibili. In qualità di artista, dove credi si identifichi la tua posizione in questa serie? Stavi immortalando un atto pubblico o privato?

Credo che oggi la tecnologia e i social stiano cambiando sia i nostri modi di comunicare che anche il nostro modo di approcciarci al sesso nelle sue forme scritte, parlate e d’azione. Molte chat virtuali sono libere da blocchi, entrambe le parti (chi “offre” e chi riceve”) si lasciano entrare nel proprio mondo, spesso costruito per il momento, non conforme al reale. Diciamo che, dal mio punto di vista, è una linea di confine tra il pubblico e il privato. Ne sono dimostrazione anche i social di comunicazione (Facebook ad esempio). Il privato termina quando la nostra modalità di utilizzo contribuisce a creare e rendere la nostra immagine pubblica.

  • Tra le fotografie che ci hai mandato è possibile notare una netta distinzione tra figure maschili e femminili. Il contrasto è chiaro, sia in termini di eleganza, che di riconoscibilità. Se gli uomini sembrano volere mascherare la propria identità non mettendo in mostra tratti riconoscibili, come gli occhi, le donne interagiscono nel modo opposto. Ciononostante la fotografia consente di soffermarsi su dettagli che tu stesso decidi di immortalare. Tatuaggi, collane con la croce, sigarette e, immancabilmente, mutande di ogni genere appaiono in quasi ogni immagine. Che ruolo ritieni assumono questi dettagli della serie?

Per quanto entrambi i generi siano utilizzatori del sesso virtuale devo ammettere che, tra i fruitori, gli uomini occupano una percentuale molto alta. In questo caso, la differenza sta nel fatto che gli uomini sono quelli che usufruiscono del servizio erotico e le donne quelle che lo forniscono. Anche se molte di queste donne (camgirl) si mostrano per intero, c’è una piccola percentuale che indossa una mascherina per proteggere anche loro la propria  identità. La cosa che più mi ha interessato è stata che le persone stesse scelgono come apparire in web, cosa mostrare e come mostrarlo. Sono loro stessi a rivelare i dettagli. Riguardando tutti gli scatti fatti mi è sembrato quasi che si autoclassificassero in varie categorie: quelli con la pancia grossa, quelli che mostrano messaggi, quelli che mostrano le loro mutande, quelli che assumono la posa della Venere di Urbino di Tiziano, quelli che mostrano simboli religiosi (contro ogni biblica morale), quelli che si masturbano, chi addirittura non vuole o non può mostrarsi affatto. Tutti con un elemento comune: nessuno, o quasi, mostra la sua vera identità, il proprio volto. Come se tutti si sentissero parte del gioco ma nessuno volesse sentirsi coinvolto palesemente. Un altro aspetto che vorrei evidenziare è che nel progetto ho voluto in qualche modo invertire i ruoli, mostrando le camgirls come spettatrici (spesso quasi annoiate) e i fruitori come performer.

Il coronavirus ha costretto una quantità di persone finora impensabile all’isolamento. Questo evento, come hai descritto, ha portato a un notevole incremento nell’utilizzo dei servizi online che ritrai nelle tue immagini. Cosa credi abbia spinto un numero maggiore di individui ad affidarsi a questo tipo di intrattenimento?

Il web è un modo sicuro per esplorare le proprie fantasie sessuali tenendolo avvolto nel segreto, tacendolo anche alle persone più strette. Il non dover dichiarare espressamente la propria identità, il proprio aspetto o il sentirsi giudicato per le proprie fantasie dalle persone che conosciamo e frequentiamo giornalmente ha amplificato l’interesse verso questa “pratica” determinando la rottura di ogni freno inibitore. E’ un momentaneo appagamento del desiderio, che si separa da un’attaccamento emotivo e mette in secondo piano qualsiasi unione con il partner. È un modo facilitato di fare sesso, dal facile utilizzo e consumo, capace di esperienze erotiche simultanee e plurime, senza rischi di coinvolgimento sentimentale e riducendo al minimo le ansie da prestazione. La fuga nel mondo virtuale può essere vissuta solo come un’ evasione meno pericolosa di un’avventura extraconiugale.

In che modo, come accenni nella descrizione del tuo progetto, usufruire di tali servizi può essere terapeutico per alcuni soggetti?

Sembra diventare sempre più frequente la dipendenza dai social e dal sesso virtuale. Questa stessa dipendenza, secondo gli studi, allontana le persone dal contatto sociale, sposta i luoghi del contatto confluendoli su un’isola, quella del web. Questa dipendenza in molti casi può portare ad uno stato di astinenza, di asocialità e, in altri, addirittura di depressione.

Parlando con le camgirls e i fruitori l’appagamento sessuale era sicuramente la necessità prevalente, benché a volte desiderino solo la possibilità di parlare liberamente, di cercare di colmare il proprio senso di solitudine, di parlare di se stessi senza la paura di essere giudicati. Molto spesso parlare con uno sconosciuto che vive lontano, che molto difficilmente incontreremo nella nostra vita, elimina il blocco del flusso dei nostri pensieri.

Penso alle persone che non riescono ad avere rapporti sociali al di fuori del pc o quelle che non riescono ad appagare il loro piacere sessuale. Come dicevo è un mondo molto più complesso di quello che si crede, fatto di divertimento ma anche di solitudine. Per questo, in alcuni casi e per alcune persone, potrebbe essere terapeutico.

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