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Alan Maglio: Stop Series

Classe 1979, Alan Maglio è un artista impegnato con la fotografia, il collage e il cinema. Il suo portfolio è un fantastico gioco di prospettive: nate dalla combinazione di fotografia e collage, le immagini catapultano lo spettatore in una dimensione onirica, in cui le relazioni spazio temporali si distorcono fino a creare effetti di trompe l’oeil unici nel loro genere.

Di seguito riportiamo l’intervista in cui abbiamo discusso di varie tematiche: dalla passione per il collage all’analisi di Stop Series, una delle sue ultime opere in cui l’artista sperimenta la fusione tra fotografia e collage. 

Alan, grazie per avere accettato di discutere con noi la tua pratica fotografica ed artistica. Come prima domanda ci viene spontaneo chiederti come è nato il tuo interesse per il collage, come si è evoluto e se ci sono artisti da cui prendi ispirazione.

Il collage è una tecnica artistica che mi appassiona e mi accompagna da sempre. Da adolescente, quando il mio interesse per la fotografia cominciava a prender forma, creavo composizioni di immagini imprimendo strisce di nastro adesivo trasparente sulle pagine dei quotidiani. Asportando l’inchiostro delle fotografie di cronaca, ricomponevo queste sezioni in modo da costruire forme nuove e combinazioni stravaganti. Ancora oggi, a distanza di anni, il lavoro manuale effettuato direttamente sulla carta è qualcosa che, per quanto mi riguarda, conserva una quota di piacere antico. La lama del bisturi con cui effetto i tagli, liberando le figure dai contesti in cui si trovano, è un simbolo di libertà. Se devo fare il nome di un artista che ha acceso il mio interesse per questa materia, ti dirò Jiri Kolar, celebre per i suoi “rollages” che nella seconda metà del Novecento hanno fatto scuola.

Parliamo ora della tua ultima serie, Stop Series. Veniamo catapultati in un mondo che fonde la fotografia a colori e quella in bianco e nero, il vero e il falso, il lontano e il prossimo (sia in senso temporale che fisico). Che tipo di significato associ a queste discontinuità?

Sono fotografo per formazione, e da parecchio tempo mi interesso di archivi iconografici. Nelle mie ultime serie, Stanze e Stop Series, ho provato a mescolare immagini originali prodotte da me con altre provenienti da fondi di cronaca giornalistica di alcuni decenni fa. In Stanze ho ricollocato elementi di cronaca nera (omicidi, aggressioni, indagini) nel contesto di foto d’interni scattate per una agenzia immobiliare, mentre in Stop Series mi sono servito degli scatti prodotti dai paparazzi della cronaca rosa degli anni ’60 e ’70, spostando i soggetti in ambientazioni notturne o perturbanti. La differenza sostanziale a livello pratico è che, a partire da quest’ultimo capitolo della mia ricerca, ho incominciato a tagliare le stampe originali d’epoca, di fatto distruggendole. Certamente è stato un po’ scioccante all’inizio, fin qui avevo sempre considerato con attenzione il tema della conservazione della memoria e delle tracce di partenza. Poi pero’ ho cominciato a vedere in questa modalità invasiva e irreversibile una possibile risorsa, quasi costituisse una sorta di passaggio traumatico che permette alle immagini di ritrovare una forma nuova nella dimensione contemporanea. La mescolanza di soggetti in bianco e nero e ambienti caratterizzati da elementi fortemente cromatici crea quel senso di straniamento e discontinuità di cui hai fatto menzione. Il “setting” dal sapore onirico a volte presenta elementi leggermente sproporzionati. Ci muoviamo in una dimensione spazio-temporale fluida, nella quale non è del tutto chiaro in che modo gli elementi siano posti in relazione tra loro. Non comprendere completamente in che direzione mi porti la realizzazione di un opera solitamente per me è insieme uno stimolo e un conforto.

Il rapporto tra realtà e finzione sembra essere accentuato dall’utilizzo di immagini di archivio della rivista gossip Stop. È possibile che questo genere di rivista abbia influenzato il tuo lavoro? Se sì, in che modo?

Certamente partire da questo tipo di immagini ha stimolato le tematiche presenti in questa serie. Ho cercato di approfondire inclinazioni umane spesso considerate poco virtuose: la gelosia, il voyeurismo, la manipolazione, la promiscuità, il nascondimento. Nella mia vita l’interesse che nutro per il gossip è praticamente nullo, non brucio dalla brama di parlare dei fatti altrui. Perciò ho considerato interessante esplorare creativamente determinati argomenti, giocando la partita con le carte che mi sono ritrovato in mano (l’archivio di Stop), grazie alla collaborazione con Lambretto Factory che ha reso possibile l’accesso ai materiali. Trovo interessante dover partire da elementi iconografici piuttosto stereotipati: le foto di gossip sono abbastanza simili tra loro, si assomigliano un po’ tutte. Solo in rari i casi ci si trova davanti a materiale di eccezionale singolarità. Mi intriga vedere fino a che punto posso portare fuori strada queste fotografie, fino a che punto le posso “spremere”, consumandole, deviandole verso una nuova dimensione di interesse. Ho cominciato a sentirmi anche io manipolatorio nei confronti della parola data. “Al principio era il Verbo”, si dice nel Vangelo. Ma la parola originaria può essere sconvolta, fatta a pezzi e infine ricostruita.

Tra le immagini che presenti appaiono non solo i vuoti generati dal prelievo dei soggetti dal loro contesto originario, ma anche i soggetti distesi sulla superficie di lavoro. Ci piace pensare che queste fotografie fungano da “reminder”, un’ulteriore indicazione che sottolinea una distinzione profonda tra realtà e finzione. Che compito assumono nel tuo immaginario?

Quando guardo le opere di altri autori, sono sempre incuriosito dalla eventuale presenza di immagini di making of che suggeriscono lo sviluppo delle varie fasi di lavoro. Ogni creazione ha diversi stadi di crescita, spesso capita che questi si stratifichino o addirittura si cancellino man mano. A volte, per tenerli a mente, mi ritrovo a fotografare alcuni soggetti ritagliati prima di immetterli nel nuovo contesto. Mi affascina osservarli come elementi indipendenti, come figure in quanto tali. Una certa attrazione la provo anche guardando il retro delle fotografie ormai bucate, in cui le silhouettes dei personaggi “prelevati” aprono squarci sulla parte posteriore delle stampe, dove spesso trovo i timbri dalle agenzie fotografiche o gli appunti a matita dei redattori. Forse questi “reminder”, che accompagnano le opere concluse come complementi suggestivi, al momento opportuno mi suggeriranno nuovi possibili percorsi da sviluppare. Ad oggi mi sembrano elementi portanti di quel processo creativo che permette alle opere di giungere al loro stadio compiuto. Parlare della distinzione tra realtà e finzione, come suggerisci nella tua domanda, apre un discorso molto complesso, che forse non è così interessante risolvere quanto piuttosto indagare infinitamente. Quello che posso dirti è che sto cercando di guardare all’interno di una zona intermedia, posta tra i due concetti: la dimensione dell’ambiguità. Che immagino come una condizione appiccicosa, collosa, nella quale più che il reale è possibile incontrare il verosimile.

Ultima domanda. Ogni artista considera attentamente quali lavori presentare al pubblico. Spesso però, esiste un’opera che preferisce, che esemplifica il processo che ha portato alla creazione della serie. Riesci a individuarne una, o ritieni che il lavoro debba essere considerato nella sua totalità? Che tipo di messaggio accosti a Stop series?

Non so se Stop series porti un messaggio con sè, piuttosto mi piace pensare al fatto che questa una serie di opere evochi sensazioni stranianti, attraverso l’utilizzo del senso della messa in scena. Certamente trovo importante guardare alla produzione creativa come ad un percorso che si dispiega nel tempo, attraverso episodi più o meno brillanti ma comunque sempre utili. Ci sono però alcuni lavori che amo particolarmente per la loro “giustezza”, ovvero per essere riuscito a condensare l’energia necessaria in pochi e semplici elementi. È il caso di “Notturno 303 / Manipolazione”, nel quale le diverse parti si sono amalgamate bene, con apparente naturalezza: la postura dei soggetti ritagliati, le azioni compiute, il contesto dell’immagine originale di fondo. È uno dei primi lavori realizzati per la serie e credo mi abbia mostrato quanto si possa fare con poco, quando quel poco è la cosa giusta.

Notturno 303 / Manipolazione

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