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Siamo unità definite, autonome, resilienti: ‘Sillabe’ di Davide Orca

Davide Orca è attualmente uno studente alla LABA di Firenze. Davide concepisce la fotografia come un mezzo necessario per esprimere la propria personale visione della realtà. In una società che va sempre di fretta (e in cui il mondo dell’arte non fa certo eccezione) Davide ha un approccio che si potrebbe definire di slow photography. Crede infatti che per poter fotografare qualcosa sia necessario conoscerla, proprio come per poterne parlare con cognizione di causa. A dicembre 2019 ha esposto il suo lavoro Habitat 2.0 alla Bauhaus Home Gallery di Roma.

Nel suo ultimo progetto Sillaba Davide ha deciso di affrontare il tema della quarantena. L’idea è nata dalla ricerca di un modo per riuscire a fare fotografia anche in questo delicato momento. Per farlo, si è rivolto ai mezzi di comunicazione che durante il lockdown sono diventati la base dei rapporti umani quotidiani: le videochiamate. I programmi di video chat sono diventati a tutti gli effetti e per un lungo periodo di tempo l’unico modo in cui potessimo avere un contatto umano, che si trattasse di guardare negli occhi le persone che amiamo, di svolgere una riunione di lavoro o assistere a una lezione universitaria. “Dal momento in cui è stata creata, la fotografia ha permesso di incastonare momenti di vita su una pellicola, per poterli rivivere ancora, in maniera nuova” spiega Davide, che continua osservando come la classica conditio sine qua non per scattare una fotografia, la coesistenza di fotografo e soggetto in un dato luogo e in un dato momento nel tempo, fosse impossibile da ottenere durante la quarantena. “Al contempo,” tuttavia, “i nuovi mezzi di trasmissione ci consentono di rivalutare il concetto di distanza. Difatti, ci è possibile essere presenti, in maniera virtuale ed in tempo reale, su una scena diversa da quella della nostra effettiva ubicazione.”

Stabilito che la fotografia è rappresentazione della realtà, e osservato che la realtà si sta ridefinendo a modello di personal computer, l’operazione artistica effettuata da Davide è insieme di documentazione e di investigazione del cambiamento sociale a cui stiamo assistendo. A livello tecnico le fotografie sono costruite a distanza, durante una videochiamata, e sono frutto di un dialogo e di una interazione tra fotografo e soggetto, non diversamente da come succede normalmente. Le differenze sono il mezzo con cui le immagini sono state scattate e l’impossibilità di intervenire in prima persona sulla scena: Davide racconta di aver dato indicazioni ai suoi soggetti fino ad ottenere una scena e una posa che lo soddisfacessero. Una volta raggiunto il risultato desiderato, la foto è stata scattata con uno screenshot sul computer.

In alcuni casi, come quello del ritratto di Irene, il procedimento è stato piuttosto elaborato: “Irene è il nome della ragazza seduta sul bordo della piscina vuota. Inizialmente provammo a scattare in camera sua ma ad un certo punto le chiesi di farmi vedere su cosa affacciasse la sua finestra. Appena mi portò a vedere le chiesi di lasciarmi appoggiato lì con quella inquadratura e di andare a sedersi in quel punto preciso. L’utilizzo degli auricolari mi permise di guidarla per dirle esattamente dove stare. L’anno precedente in quel periodo i suoi amici andavano da lei a popolare quel giardino e la piscina.”

La scelta di modificare le foto in bianco e nero, e di nascondere la propria immagine (normalmente presente in un piccolo riquadro durante le videochiamate), produce un effetto straniante. A un primo sguardo non è subito evidente che si tratti di screen. È solo guardando con più attenzione che si notano i pixel e la qualità tipica delle video chat. Ma d’altra parte, a pensarci su, per mesi un’immagine composta di pixel (spesso piuttosto evidenti) è stato il solo modo, insieme virtuale e tremendamente reale, in cui abbiamo visto gli altri.

Attraverso il suo progetto Davide non ha ritratto solo i suoi amici o conoscenti, ma ha anche conosciuto persone nuove, con cui il primo contatto è stato proprio tramite lo schermo: “osservai Andrea [il ragazzo qui sotto con gli occhiali da sole] per la prima volta su Instagram e a primo impatto ero super curioso di conoscere meglio questo personaggio. È stato la prima persona, non solo del progetto ma nella mia vita, che ho conosciuto attraverso una videochiamata. Abbiamo parlato a lungo, mi ha raccontato ciò che fa nella vita, dove e con chi abita, mi ha fatto divertire molto ed io non mi sono trattenuto dal raccontargli la mia di vita. Solo dopo esserci conosciuti iniziai a scattare.” In seguito, con tutti gli altri soggetti, ha mantenuto lo stesso approccio: il dialogo prima, le foto poi.

In Sillaba vengono catturate situazioni di ogni tipo: single, coppie, strani soggetti, famiglie (come quella di Elisabetta attorno a un tavolo), c’è una ragazza (Gaia) partita per il Messico e poi rimasta bloccata lì, perfino una coppia di gemelli. E non si tratta di un ritratto che si ferma al livello visivo: Davide ha chiesto a tutti di scrivere un piccolo pensiero sulla quarantena. Chi si sentiva a proprio agio con carta e penna, ha risposto. C’è chi si è sentito a suo agio, chi ha avuto attacchi di panico, chi racconta della convivenza forzata e chi della solitudine imposta. Chi ha riflettuto su di sé e chi ha elaborato nuove idee sul mondo. Il risultato è un progetto tridimensionale, disomogeneo, a strati, che racconta, con tutte le imperfezioni del caso, i pixel di cui si compone la realtà che abbiamo vissuto. Le ‘sillabe,’ appunto. Le piccole parti del tutto. Che vengono ritratte e si raccontano in un momento in cui la dimensione del ‘tutto’ era venuta a mancare. Le sillabe di Davide sono eterogenee, definite, autonome, resilienti anche quando isolate. Volendo dare a Sillaba una definizione, sceglierei quella di piccolo compendio della quarantena.

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