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Chiara Ernandes: Still Birth

For my part, when I enter most intimately into what I call myself, I always stumble on some particular perception or other, of heat or cold, light or shade, love or hatred, pain or pleasure. I never can catch myself at any time without a perception, and never can observe any thing but a bundle or collection of different perceptions, which succeed each other with an inconceivable rapidity, and are in perpetual flux and movement

Hume, D. (1946), Trataise of Human Nature

Le nostre vite sono caratterizzate da eventi, circostanze, incontri. Ad alcuni piace pensare che sia tutto in mano al caso, ad altri che ci sia un destino che collega ogni cosa. Ma nel caso di Chiara Ernandes si ha l’illusione che una breve – ma violenta – parte della sua vita non sia rientrata in nessuna di queste due categorie. Un vuoto totale.

Nel suo progetto fotografico intitolato Still Birth, l’artista ci presenta quella che definisce una “ricerca di un’altra dimensione nella quale il mio corpo ha abitato per 3 minuti”. Chiara Ernandes infatti nasce nel 1989 in condizioni critiche per la sua salute: cianotica e ipotonica ha lottato per la sua sopravvivenza per 5 minuti, subito dopo i quali i suoi valori vitali si sono fortunatamente stabilizzati.

Questo evento ha assunto un significato profondo nella vita dell’artista. Il turbamento innestato dall’essere in bilico tra vita e morte ha probabilmente segnato per sempre l’identità di Chiara. La fotografia è corsa in aiuto per affrontare questa tematica. Di seguito proponiamo la nostra lettura del suo lavoro, a nostro avviso estremamente valido, impregnato di un senso di crudeltà misto a delicatezza.

Il titolo della serie, traducibile come Ancora nascita, racchiude sia lo stato di incertezza causato da una nascita turbolenta che l’idea di discontinuità tra presente e passato. Infatti, come è stato poc’anzi spiegato, sembra che il tempo di Chiara si sia fermato a quel giorno di agosto 1989.

Still Birth è una ricerca delle sue radici più intime, inizialmente timorose di aggrapparsi al terreno, ma che ora si nutrono di vita. Il suo portfolio ci ha subito colpiti, sia per l’abilità dimostrata da Chiara nell’uso della fotografia astratta, che per le sue componenti narrative, entrambe rivelatrici di un flusso di coscienza unico. L’accostamento di due o più immagini gioca un ruolo fondamentale, come si può notare, ad esempio, nella fotografia di una donna immersa nella natura accompagnata dall’illustrazione di una donna incinta. Benchè si possa presumere che la prima raffiguri la madre dell’artista, l’ambiguità generata dall’anonimità della persona fotografata non fa che rafforzare interesse di Chiara nell’esplorazione di un sé dimenticato.

“There would be no need whatsoever to wonder what I am unless in some way I felt strange to myself.”

Watts, A. (2003), Become What You Are

I richiami all’atto stesso di nascita si riscontrano in fotografie astratte come i tre bagliori circolari seguiti da tre sottili strisce luminose, istanze di una luce lontana e primordiale.

Ma non mancano scatti in bianco e nero, più o meno drammatici. Per esempio, l’uovo che si schiude, ma che, per via della fotografia, rimane per sempre uovo, ci ha fatto pensare che Chiara volesse autoritrarsi in questa condizione: in una nascita ferma.

Nel suo complesso, il lavoro di Chiara, sempre in via di sviluppo, è un’intima speculazione su ciò che significa essere vivi, su come dovremmo approcciarci a questo gigantesco mistero. La ricerca delle sue radici più profonde è una serie fotografica che ci ha emozionati e che invitiamo il pubblico a osservare attentamente.

Di seguito altre fotografie da Still Birth.

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