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Lu Guang: dissidio dell’immagine

Lu Guang nasce nel 1961 a Yongkang, Zhejiang, Cina. Cresce quindi nell’ombra del leader politico Mao Zedong. Incontra la fotografia nel 1980, dopo la morte del leader che segna l’ingresso della Cina tra le forze capitaliste emergenti. Diviene una passione, una passione tale da indurlo a studiarla presso la Fine Arts Academy della Tsinghua University (Pechino) a partire dal 1993. Lavora per diversi anni come dipendente di una società pubblicitaria. La sua vocazione foto-giornalistica si fa sempre più forte e alla fine degli anni ’90 diventa un freelance. I suoi scatti sono sin da subito molto scomodi. Da ragazzo ha lavorato in una fabbrica di seta, e conosce molto bene la povertà e lo sfruttamento che si nascondono sotto gli alti forni dei siti produttivi. Talmente scomodi che nel 2018, dopo essere tornato in Cina dopo un periodo passato a New York, viene catturato dalla polizia di stato senza alcun apparente motivo. Forse solo perché raccontava e racconta il lato oscuro del fantoccio democratico cinese. Al momento dell’arresto stava realizzando degli scatti nella provincia di Xinjiang – ai confini di Mongolia e Kazakistan -, regione ove sono dislocati numerosi centri detentivi pieni di prigionieri mussulmani.

Il suo obiettivo è denuncia. I suoi temi sono l’uomo e la natura.

The sewage plant of the Fluorine Industrial Park discharges its untreated waste into the riverbed of the Yangtze River through a 1500 meter-long pipeline, Changshu City, Jiangsu Province

Avere il coraggio e la tenacia per fronteggiare un governo estremamente potente e autoritario come quello cinese non è da tutti. Lu Guang racconta la sua nazione nelle sfaccettature più brute. La Cina, essendo stata nel recente passato uno dei più importanti paesi in via di sviluppo, non ha badato alla salvaguardia della natura, dell’ambiente e della vita umana nel suo territorio, lanciandosi all’inseguimento di una ricchezza tatuata sulla pelle di migliaia di cinesi. L’inquinamento dei grandi fiumi dell’Asia, come ad esempio quello di fiume Giallo, sono stati l’argomento di molti scatti di Guang.

The Tianjin Steel Plant is a highly polluting enterprise that is deeply affecting the lives of the local residents, She County, Hebei Province

Qui ci troviamo nella provincia di Hebei, nord-est della Cina, esattamente in una acciaieria. Un cielo nero, carico di micro-polveri, invade tutta la scena e la terra sotto di essa è camminata da giganti, anch’essi neri, stessi creatori del cielo; respirano vapore grigio. Sono immobili, fermi. Anche se non è presente l’uomo è il fulcro del tutto. È lui che ha creato questo scenario infernale. Un’immagine potente, un pugno allo stomaco.

A oggi le polveri sottili, le famose PM10 o PM2.5, sono tra le principali cause di malattie respiratorie e tumori tipici della nostra epoca industrializzata. Non serve però andare fino in Cina: anche in Italia abbiamo di questi esempi. L’Ilva di Taranto, Puglia. Se si guardano i cieli di quella città, sono grigi tanto quanto quelli della provincia di Hebei. Forse, l’unica differenza, è che in Cina si consumano quantità inimmaginabili di carbone, e il cielo risulta un poco più scuro.

La fotografia di Guang pone in essere un’universalità, quella dell’uomo. L’uomo in tutto il mondo è capace di questo. È in grado di distruggere se stesso nel nome di una ricchezza sporca di sfruttamento e inquinamento.

A family of five children immigrated to Inner Mongolia from Xiji County in nearby Ningxia Hui Autonomous Region to find work in the Heilonggui Industrial District. The eldest child is 9, the youngest is less than two.

Qui vediamo ritratti cinque bambini, tutti emigrati per lavorare nel distretto industriale di Heilonggui. Il bambino che abbraccia suo fratello più grande, legato alle sue gambe, è il fulcro dello scatto. La fuliggine che ricopre i loro volti è quasi in secondo piano, perché è il suo sguardo che ci colpisce. Quel solo occhio, che guarda dritto in camera come se fosse lui stesso a denunciare l’abuso, intima lo spettatore ad un atto di pietà e soccorso: Sbatte in faccia la tragedia. Senza filtri.

Yang Xinrun, 15, came to work in the Heilonggui Industrial District with his parents, after he finished second grade in primary school, and earns about 16 yuan a day

Anche Yang Xinrun ci guarda. Sullo sfondo, in secondo piano, c’è l’industria, il duro lavoro. Questo schema compositivo si ripete molto spesso nel lavoro di Guang.
Non c’è scampo, è l’uomo il centro di tutto. Nessuna entità superiore, nessuna forza pervadente. È un immaginario crudo, reale. Non esiste alcun tipo di dio, di entità superiore. Non si intravede speranza negli scatti.

Village of Xuanwei, Yunnan Province is a cancer village. More than 20 villagers died of cancer every year. Xu Li, an 11-year-old student, was diagnosed cancer of bone.

Una madre lava suo figlio. In apparenza è una scena molto intima, che ci dona ad un primo sguardo tenerezza, protezione. Invece si percepisce lo sforzo di questa madre a compiere un gesto inusuale. Nessun ragazzo di undici anni si fa più lavare dalla propria madre. Lo sguardo del ragazzo, ancora una volta fisso sull’obiettivo, è stanco. È malato di cancro alle ossa e quel nero, sul pavimento messo in secondo piano, ne richiama la causa. Un cono di luce ricopre il ragazzo. Non è Dio, è la realtà dei fatti, la realtà dell’uomo. Esiste solo la sofferenza.

Immagini troppo crude per un governo consapevole dello sterminio perpetrato dalla sua sete di potere. Costa troppo voler bene ai propri cittadini. Sudditi, nel caso dei cinesi; prevale l’interesse del potere.

Un potere scalfito piano piano da artisti, fotografi, pittori, scultori cinesi. Partigiani della libertà intellettuale ed espressiva, protettori della società democratica.
Il dissenso delle immagini, Lu Guang.

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