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Peter Lindbergh – Heimat: A Sense of Belonging.

Heimat è una parola tedesca intraducibile in italiano. In senso stretto significa patria. Come in Italiano, è una parola femminile: patria come madre, radici profonde, calore. Come l’abbraccio che ti accoglie quando torni e che si scioglie quando te ne vai. La parola tedesca, al contrario di quella italiana già racchiude il senso di appartenenza, “A Sense of Belonging”. 

Lindbergh P., Duisburg 1984

La mostra, in corso all’Armani/Silos di Milano dal 22 febbraio al 2 agosto 2020, è stata personalmente curata da Giorgio Armani insieme alla Fondazione Peter Lindbergh, per onorarne l’amicizia e come monumento alla pluridecennale carriera. Lindbergh è nato in Polonia nel 1944, ma è cresciuto a Duisburg, nella Renania Settentrionale-Vestfalia, e si è poi trasferito a Düsseldorf e ancora a Parigi, per intraprendere quello che sarà un brillante percorso da fotografo di moda – anche se preferiva definirsi un ritrattista: “For me, every photograph is a portrait; the clothes are just a vehicle for what I want to say”(“per me ogni foto è un ritratto; i vestiti sono solo un mezzo per dire quello che voglio dire”). Nel corso della sua vita Lindbergh ha collaborato con importanti testate (Vogue in primis), con svariate case di moda e moltissimi del pantheon delle celebrità. Inoltre è stato autore di due edizioni del calendario Pirelli, di cinque documentari e numerose pubblicazioni sulla moda e la donna. 

Lindbergh P., Charlotte Rampling, Parigi 1987

Attraverso le dieci sale della mostra, divise in tre sezioni, lo spettatore ripercorre il rapporto di Lindbergh con la figura femminile e con la città in cui è cresciuto. Duisburg è caratterizzata da una invadente industrializzazione siderurgica e dalla durezza dei paesaggi, inevitabilmente legati all’acciaio e al cemento nella loro forma più brutale. 

Accanto a fotografie di palazzi popolari e ruggine ci sono ritratti di donne: il rapporto con la madrepatria viene accompagnato da volti che vanno al di là della fotografia di moda. Lindbergh riusciva a instaurare con i suoi soggetti una profonda intimità, per rivelare attraverso i suoi scatti l’essenza del loro rapporto. Le fotografie esposte rappresentano una femminilità imperfetta, a volte sfuggente, come può essere quella che caratterizza una madre per un figlio. Ma è proprio questa non-perfezione che permette a chi guarda di sentire il calore del contatto umano ricercato da Lindbergh: “You’re photographing a relationship with the person you’re shooting; there’s an exchange, and that’s what that picture is” (“stai scattando una relazione con la persona che stai fotografando; c’è uno scambio, ed è quello scambio che costituisce la fotografia”).

Lindbergh P., Lynne Koester, Parigi 1984

La relazione tra le radici tedesche e la figura della donna nella mostra viene divisa in tre momenti: The Naked Truth (“La Nuda Verità”), Heimat (“Patria”), The Modern Heroine (“L’Eroina Moderna”). Nella prima sezione sono esposti ritratti che percorrono la carriera pluridecennale di Lindbergh, alla ricerca della schiettezza, sia nel corpo e nel volto. Le rughe, le macchie, le cicatrici, tutto ciò che l’industria della moda nasconde, Lindbergh ne fa centro dell’individualità del soggetto. Proprio attraverso le imperfezioni – ma cos’è un’imperfezione? – il fotografo restituisce al singolo soggetto la sua inalienabile identità: “With the indiscriminate touching-up of photos, we’ve grown accustomed to seeing personalities drained of all their humanity, yet we consider them as real” (“con il ritocco indiscriminato delle fotografie, ci siamo abituati a vedere personalità prosciugate dalla loro umanità, eppure a considerarle reali”).

Lindbergh P., Jeanne Moreau, Le Kremlin-Bicêtre 2003
Lindbergh P., Isabella Rossellini, New York, 1997

La seconda parte della mostra illustra i luoghi dell’Heimat interiore dell’artista, che non necessariamente si concretizza in Duisburg. Attraverso la fotografia Lindbergh esplora gli elementi legati all’immagine mentale della sua patria: paesaggi cementificati, palazzi sporchi, militari severi. Similmente a quanto fa coi ritratti, Lindbergh evidenzia gli elementi di brutalità come parte dell’identità intima del luogo. Heimat è un luogo fisico, ma è anche composto da tutti quei dettagli che fanno sentire a casa. Lindbergh non idealizza la sua città, né quella concreta né quella interiore. Fortemente influenzato dal cinema neorealista tedesco, la raffigura semplicemente com’è: rude, industriale. 

Lindbergh P., Berlino 1996

The Modern Heroine invece ripercorre i progetti di moda, raccogliendo le fotografie che rappresentano la figura femminile libera dagli stereotipi, fiera dell’unicità del singolo corpo. Senza riserve, la sua arte ha generato una cesura nella storia della fotografia di moda: “The most important part of fashion photography, for me, it’s not the models; it’s not the clothes. It’s that you are responsible for defining what a woman today is” (“l’aspetto più importante della fotografia di moda per me non sono le modelle; non sono i vestiti. È essere responsabile di definire cos’è lal donna oggi”). Peter Lindbergh infatti si è sempre opposto all’uso della post-produzione: “If photographers are responsible for creating or reflecting an image of women in society, then, I must say, there is only one way for the future, and this is to define women as strong and independent. This should be the responsibility of photographers today: to free women, and finally everyone, from the terror of youth and perfection” (“se I fotografi sono responsabili di creare o riflettere un’immagine delle donne nella società, allora devo dire che c’è solo un modo di farlo per il futuro, ed è quello di definire le donne come forti e indipendenti. Questa dovrebbe essere la responsabilità dei fotografi oggi: liberare le donne, e in definitiva tutti, dall’incubo della giovinezza e della perfezione”). Le sue fotografie si fanno carico di una missione liberatrice, dimostrando che la bellezza non coincide con la perfezione, ma con la consapevolezza della propria singolarità.

Lindbergh P., Alexandra Carlsson, Beri Smither, Harue Miyamoto, Beauduc 1993

Il suo percorso artistico è caratterizzato dall’utilizzo del bianco e nero. Anche nelle fotografie di moda, dove ci si aspetta che sia il capo indossato a risaltare, Lindbergh non utilizza i colori. La fotografia è un mezzo per scoprire sé stessi e il mondo, soprattutto attraverso lo sguardo dei soggetti fotografati. Il bianco e nero rivela ciò che altrimenti sarebbe nascosto: la vera essenza dell’immagine stessa, ciò che permette la conoscenza della realtà.

“Photography gives you the opportunity to use your sensibility and everything you are to say something and be part of the world around you. In this way, you might discover who you are, and with a little luck, you might discover something much larger than yourself” (“la fotografia ti da la possibilità di utilizzare la tua sensibilità e tutto quello che sei per dire qualcosa e essere parte del mondo attorno a te. In questo modo potresti scoprire chi sei, e con un po’di fortuna scoprire qualcosa di molto più grande di te stesso”). 

Lindbergh P., Dorseat Coast, Regno Unito 1985
Lindbergh P., Duisburg 1984
Lindbergh P., Amber Valletta, parigi 1995
Lindbergh P., Cate Blachett, 2003

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