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Luigi Ghirri: Il (non) fotografo

Il fotografo non è più chiamato a svolgere un incarico o un lavoro per scopi editoriali o meramente divulgativi. La figura del fotografo è oggi più sfaccettata, più attiva nella creazione globale dell’immagine di comunicazione”

Reinvenzione, rottura, cambiamento, ricerca; questi sono gli aspetti segnanti della figura di Luigi Ghirri. Un fotografo non (più) fotografo, un profondo rinnovatore a partire dalla concezione stessa di fotografia, un etereo narratore della realtà nella sua semplice complessità. 

Luigi Ghirri nasce a Fellegara di Scandiano (RE), nel bel mezzo della Pianura Padana, il 5 Gennaio 1943. Cresce nell’immediato dopoguerra e sviluppa la sua mente critica nei furenti anni ’60; periodo in cui si svilupperà pesantemente una coscienza molto critica ed una curiosità straripante. Le sue amicizie artistiche modenesi lo portano, assieme allo sviluppo naturale di un gusto estetico molto spiccato, pian piano alla fotografia. Il 1969 è fondamentale per la sua persona: l’immagine che ritrae la Terra dallo spazio segna l’inizio della sua attività della ricerca fotografica. Uno dei fotografi più prolifici – sono oltre 150 mila le fotografie pubblicate -, più innovatori del secolo scorso. Inizia fiorenti collaborazioni con diversi scrittori, musicisti ed artisti, come quella con Lucio Dalla. Scompare, troppo presto, nel 1992 a soli 49 anni a causa di un improvviso infarto. 

Perché chiamarlo “il fotografo ‘non’ fotografo”?

L’espressione non è di sua invenzione, ma è lui stesso a spiegarcela.  Negli primi anni ’80 mette a disposizione la sua conoscenza e la sua visione fotografica al servizio degli studenti dell’Università di Parma tenendo alcune lezioni. Di queste chiacchierate ne abbiamo tracce scritte raccolte nel libro “Lezioni di Fotografia” (Ed. Quodlibet). 

“Il fotografo diviene anch’egli un progettista, un soggetto che partecipa alla stesura di un progetto di comunicazione inteso in senso molto più vasto rispetto al passato”

Ghirri si distacca da quell’idea di fotografia come mera cronaca di un fatto (fotoreportage) nata dalla necessità di raccogliere informazioni di un fatto, come rappresentazione di una natura morta, come rappresentazione divulgativa di paesaggio o architettura; con lui la fotografia diviene molto di più, diviene concettuale, diviene progettualità, diviene costruzione. Uno scatto non è creazione di un fotografo amatoriale, possedente – da “potis”, “padrone, colui che possiede” – di un mezzo, di un professionista, pedante applicatore della ferrea tecnica, ma di un inventore – “inventio”, “atto del trovare; capacità inventiva” -, capace di ricercare un concetto alla basa della foto. Si prevede quindi la rappresentazione di un’interiorità intima e personale del fotografo che ritrae la realtà. Il paradosso è la base della fotografia: il conflitto della rappresentazione reale attraverso l’occhio, e quindi l’idea, del fotografo. Questa intimità, secondo Ghirri, non può trasparire negli scatti; deve essere sì uno sguardo interiore ma in accordo con l’esteriorità e con gli elementi del soggetto. Arriveremo quindi a “dimenticarci di noi stessi”. 

Cosa succede quando un osservatore si imbatte in uno scatto?

Lo stesso osservatore percepisce questo conflitto tra interiore ed esteriore, tra intimo ed estraneo. L’osservatore percepisce, dovrebbe percepire, una realtà virtuale generata dall’inquadratura ricostruendo a 360° il punto di vista del fotografo. Questa idea la ritroviamo soprattutto nei primi lavori di Ghirri, in cui ritrae molto spesso il riflesso di ciò che sta dietro all’osservatore. Si immerge l’osservatore nello stesso concetto, nella stessa idea che sta alla base della rappresentazione. Gli stessi elementi ambientali come luci, soggetti, nebbia, foschia aiutano il fotografo a raccontare la complessità della visione. Per essere capaci di trasmettere questa totalità, il fotografo stesso deve essere in grado di gestire in toto soggetti, situazioni; deve essere in grado di gestire a pieno lo strumento stesso, la macchina fotografica. Niente deve essere lasciato al caso, tutto fa parte di una fotografia. Ghirri ci porta in una concezione di fotografia totale e totalizzante, cercando sempre di mantenere una semplicità estetica. La lettura stessa di uno scatto non può limitarsi alla sola disciplina della fotografia ma interdisciplinare. 

“Credo che proprio in questo senso la fotografia sia una ‘immagine impossibile’: un’immagine che da una parte ha la staticità della pittura, dall’altra il dinamismo del cinema”.

Ghirri predica la semplicità dell’immagine, e questo si nota in tutti i suoi lavori. 

Ghirri, L. Ile Rousse, 1976

In questo scatto, facente parte del libro Kodachrome, Ghirri riassume tutto il suo “io fotografo”: la semplicità delle forme, il mondo posteriore dipinto nel riflesso dello specchio, l’aura di mistero e di conflitto, reso con maestria dalla luce della foto apparentemente piatta.

L’arte di Ghirri è puramente post-moderna, quasi abbia prima realizzato un’installazione da dover poi fotografare: l’arte prima dell’arte, la performance prima dello scatto, l’idea prima della tecnica. Si sente la potenza ideale, si sente la profondità dell’espressione. Tutto è immerso in un’atmosfera surreale, impressionista che spinge l’osservatore a porsi domande e a concentrarsi sull’opera. Che realtà contorna questa scena? Cosa ci sta dicendo? 
Un tratto che segna profondamente la fotografia di Ghirri è la distonia geometrica. Le linee definiscono uno spazio e lo stesso spazio viene distorto dal soggetto. Ghirri cerca questa distonia in tutti gli aspetti del suo progetto, raccogliendo la sua stessa eredità di completezza, di piena competenza del mezzo, dell’intimo e della realtà.

Ghirri, L. Ile Rousse, 1976

Qui la potenza concettuale è massima. 

Le nuvole rompono lo schema delle linee orizzontali dei cavi elettrici. La semplicità regna sovrana, pur nella complessità della realtà. Questo è ancora una volta postmodernismo: scatto di un dipinto reale. 

“Credo che la fotografia consista essenzialmente in un’operazione di cancellazione del mondo esterno. L’inquadratura è una cancellazione della realtà che vedo come ritorno al bianco, non al nero. E l’immagine tende a dilatarsi”, a rompere quindi i suoi stessi confini. 

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